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​ONETO MARIA ROSA sin dalla più tenera età ama la lettura e la scrittura. Un “mondo” il Suo che sembra evadere, oltrepassare le ragioni del male, dell’invalidità, dell’inferiorità fisica. Lo studio, la cultura, quella che i tempi di allora permettevano, diventa così: svago, “liberazione”, crescita interiore, stimolo a pensare oltre le apparenze. Conseguito il Diploma Magistrale, s’iscrive alla Facoltà di Pedagogia presso il Magistero di Genova. Per soli undici esami, causa problemi fisici, non riesce a conseguire la Laurea. Ottiene lavorando da casa per una Redazione giornalistica denominata HPress di Monza la qualifica di giornalista pubblicista. Inizia a partecipare a vari Concorsi Poetici conseguendo buoni e lodevoli risultati. Il Suo “lavoro espressivo” si rivolge alla cittadina d’origine, al mare: fonte d’ispirazione, alla Terra di Liguria che le ha dato respiro, freschezza di cuore, amore per il genere umano. “Invecchiare – a Suo dire –  non significa fermarsi, soffrire di scarsezza di fremiti, non saper più guardare con lo stupore e la bellezza degli anni migliori”. Anzi: la solitudine, i moniti del cuore, il desiderio intellettuale accrescono e compongono un vissuto colmo di fantasia e sogni da realizzare.

● Alcune poesie scelte:

CORREVANO

Correvano
a piedi nudi nella neve.
Anime dal volto scavato.
Piccoli, innocenti,
della malvagità del Mondo
Ridevano per coprire l’urlo del dolore,
la fame che strappava le carni,
l’incuria a coprire gli occhi di vento.
Scalzi correvano
dietro a esuli fantasmi,
a mostri con pupille d’argento,
senza guardare il paesaggio attorno,
il lugubre relitto cotto nella cenere.
Andavano tra fiocchi di neve,
seguiti dai latrati dei cani,
giocando a nascondino dietro un carro armato,
seminando briciole di pane
che uccelli senza piume raccoglievano
con fare dispettoso.
Erano bambini, coperti di spavento.
Resi vecchi dal barlume del giorno.
Una luna nascente
mordeva i sogni come vampiro nella notte.
Ancora piangono lo stesso silenzio.
E  mentre mi addormento un Segno di Croce
con le mani sporche di sangue.

ALBERI FRONDOSI

La sera
era inamidata in cortile
come una vecchia ballata polacca,
che alberi frondosi
porgevano al Cielo.
La luna copriva a tutti le spalle
con uno scialle di stelle,
rammendato a casaccio
e poi strappato di netto da unghie di gatto.
Il respiro della notte
si scontrava con le nostre anime,
vivaci, briose, capaci di donare fantasia
in cambio di un bicchiere di Marsala.
Sentivi anche tu da lontano
il Mare che chiamava ora con voce di fata,
di strega, di principessa nel castello incantato.
La sera mi cercavi tra lenzuola rozze,
rivoltate, tenute insieme dall’usura
perché far l’amore serviva a non pensare.
Godevamo il tempo
di questa felicità incostante,
nudi, i piedi sporchi, l’alito pesante.
In un orgasmo senza ritorno
si consumavano le stagioni, i libri di scuola,
pezzi di torta alle mele lasciata bruciare nel forno.
Alberi frondosi, all’apparenza, paiono
offrirsi ancora al Cielo.

Elisabetta Ubezio legge i versi di Maria Rosa Oneto ( la serata “Sulle orme di Betlemme”)

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